E se parte per sbaglio?
La domanda di un amico, il lavoro che nessuno vede e il meccanismo che deve funzionare anche quando tutti se ne dimenticano.
Nelle ultime settimane ho fatto tutto tranne scrivere codice.
Ho passato giorni a limare la candidatura per il DigithON, la competizione per startup che si terrà a Bisceglie a ottobre. Candidatura. Niente è certo, soprattutto in un evento in cui passerà una candidatura ogni trenta. Dita incrociate.
Ho cominciato a preparare gli script per un podcast che uscirà a settembre. Una cosa mia, personale, che non c’entra con Dopodi, ma che ha a che fare con lo stesso territorio. È solo un piccolo spoiler, mi dispiace. Maggiori dettagli prossimamente.
Ho iniziato a ragionare su cosa raccontare con il profilo Instagram di Dopodi, finora rimasto fermo e vuoto.
Ho trascorso una settimana di vacanza con la famiglia, quella vera, dove il telefono resta in borsa e la testa si svuota per qualche giorno.
È stato un periodo in cui ho pensato più a come raccontare Dopodi che a come costruirlo. E quando sono tornato davanti al codice, la prima cosa che ho trovato nella mia lista non era una funzionalità nuova. Era una serie di correzioni infrastrutturali che avevo identificato prima di partire. Il tipo di lavoro che non si vede, che non si racconta bene su una slide, che non entusiasma nessuno. Ma che separa un prototipo da qualcosa di cui ti puoi fidare. L’ansia da prestazione, nel mentre, ha ripreso a farmi compagnia.
Prima di metterci mano, però, è successa una conversazione che ha cambiato il modo in cui guardo quel lavoro.
Massimo e il Diario
Un mio caro amico, Massimo, raccontandomi di un pensiero che lo attanagliava da tempo, ci siamo trovati a parlare del Diario dei ricordi. Ci eravamo scritti su WhatsApp e a un certo punto gli avevo accennato a questa funzionalità: la possibilità di lasciare messaggi, audio, video, foto, destinati a persone specifiche, da consegnare dopo la propria assenza. O in una data stabilita, in uno scenario preciso.
A Massimo interessava molto e ci ha rivisto quello che i suoi pensieri, fino all’altro giorno, stavano disegnando nell’aria qualcosa di simile. È una persona concreta, che quando ascolta una cosa la gira tra le mani finché non trova il punto debole. Dopo qualche messaggio, mi ha scritto una domanda precisa:
E se il messaggio viene mandato per errore, prima del previsto?
Ho iniziato a pensare alle protezioni tecniche che avevo costruito: gli intervalli configurabili, il ruolo del verifier (una persona di fiducia che può verificare in modo indipendente), il meccanismo del falso allarme. Stavo per mandargli un messaggio lungo e dettagliato quando è arrivata la seconda osservazione:
Nel caso di messaggio postumo, la conferma non può essere solo un “sei ancora vivo?”. Perché alla fine uno può anche essersene dimenticato dopo anni e aver disinstallato l’app, magari.
Massimo aveva centrato qualcosa che mi portava dritto al lavoro che avevo sulla lista.
Il timer silenzioso
Il cuore di Dopodi è un meccanismo che posso descrivere in una frase:
Se smetti di confermare che stai bene, dopo un certo tempo il sistema consegna ai tuoi fiduciari quello che hai preparato per loro.
Funziona così: tu configuri uno scenario (decesso, incapacità, emergenza), scegli ogni quanto vuoi fare un check-in e nomini una persona di fiducia come verifier. Se il tempo passa e tu non confermi, il sistema prima ti avvisa, poi avvisa il verifier, poi (se nessuno interviene) attiva la consegna.
Le protezioni ci sono. Il verifier può segnalare un falso allarme e posticipare tutto di una settimana. Lo può fare due volte. Tu ricevi email di avviso prima che succeda qualsiasi cosa. L’intervallo lo scegli tu: trenta, sessanta, novanta giorni, anche di più. Nessun messaggio parte “di colpo”.
Il problema che Massimo aveva intuito è più sottile. Sta nella domanda successiva:
E se semplicemente ti dimentichi?
Uno configura tutto con cura, perché in quel momento gli importa. Poi passa un anno, cambia telefono, la vita prende un’altra piega. L’app resta lì, installata o disinstallata. Il timer continua a girare.
Le email di promemoria arrivano, ma magari finiscono nello spam, o in una casella che non guardi più. Il verifier riceve una notifica su una persona che sembra sparita, e magari lo è davvero. Oppure è solo in vacanza lunga. O ha cambiato idea su tutto e non si è preso la briga di disattivare nulla.
Questa è la tensione fondamentale del meccanismo: il silenzio è l’unico dato disponibile e un silenzio lungo può significare cose molto diverse.
La risposta onesta, quella che ho dato a Massimo, è che il sistema è progettato per rendere l’errore difficile, con più livelli di intervento umano prima che qualsiasi cosa venga consegnata. Ma l’errore impossibile richiederebbe una certezza che Dopodi sceglie di non avere: verificare attivamente se qualcuno è morto o incapacitato. Quello lo fa il verifier, una persona reale che ti conosce. Il sistema può solo contare i giorni.
Il problema che non si vede
La domanda di Massimo mi ha fatto guardare il primo compito sulla lista con occhi diversi.
Il meccanismo che ho descritto, quello che monitora il check-in e decide quando attivare la consegna, fino a quel momento girava su un servizio esterno gratuito. Un servizio affidabile, per carità, ma esterno. Se quel servizio avesse smesso di funzionare, il timer si sarebbe fermato in silenzio. Nessun avviso, nessuna notifica.
Il meccanismo più importante del prodotto avrebbe smesso di esistere, e io me ne sarei accorto solo quando qualcuno mi avrebbe scritto per dire che nulla era stato consegnato.
È come avere un allarme in casa il cui sensore funziona a pile, senza l’indicatore della batteria scarica.
Il lavoro che ho fatto è spostare quel meccanismo all’interno dell’infrastruttura di Dopodi, dove posso controllarlo e aggiungere un sistema di monitoraggio che avvisa me se qualcosa smette di funzionare.
Se il timer si ferma, io lo so. E posso intervenire prima che il silenzio diventi un danno.
Fragile e imperfetto
Accanto a quel lavoro ce n’erano altri due, meno narrativi, ma altrettanto necessari.
Il primo riguardava un sistema di protezione contro gli abusi. Ogni servizio online ha bisogno di limitare il numero di richieste che può ricevere in un certo intervallo di tempo, per evitare che qualcuno (un bot, un malintenzionato, un errore) sovraccarichi il sistema o tenti di forzare un accesso. Limitazioni integrate.
Il secondo riguardava la visibilità sugli errori. Fino a quel momento, se qualcosa andava storto nell’app, l’unico modo per saperlo era che un tester me lo raccontasse. Nessun sistema automatico, nessun registro. Se un errore capitava a un utente che non mi conosceva abbastanza bene da scrivermi, quell’errore spariva nel nulla. Ho aggiunto un servizio di tracciamento che raccoglie gli errori in modo automatico. Nessun dato sensibile viene mai registrato, solo il tipo di errore, dove è successo e quando.
La risposta che non ho dato
Torniamo alla chat con Massimo. La sua domanda più profonda, quella sul check-in come segnale debole, merita una risposta che va oltre le protezioni tecniche.
Il vero antidoto all’invio accidentale è un prodotto che ti serve anche da vivo, non solo dopo.
Se l’unica ragione per tornare nell’app è confermare che esisti, prima o poi smetterai di farlo. Se invece torni perché c’è una scadenza da controllare, un ricordo da aggiungere, una credenziale da aggiornare: il check-in diventa un sottoprodotto naturale dell’uso quotidiano.
È una cosa su cui sto lavorando. La direzione è quella:
Costruire qualcosa che le persone vogliano usare regolarmente, dove la componente “dopo di te” sia una conseguenza della cura che metti nelle cose che gestisci adesso.
Nel frattempo, a seguito di queste ultime implementazioni al codice, ho potuto elaborare la risposta per Massimo:
Il meccanismo ha difese multiple, il verifier è una persona reale che ti conosce e il sistema preferisce perdere qualche giorno piuttosto che sbagliare.
Un sistema perfetto non esiste. Un sistema onesto, che ti dice esattamente cosa può fare e cosa no, quello sì.
La tua storia, anche dopo.
— Michele
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