Le deleghe invisibili
Agenti AI, identità digitale e la classe di chiavi che nessuno registra.
Qualche giorno fa ho fatto un esercizio simile a quello che avevo raccontato precedentemente, quando contavo gli abbonamenti dall’estratto conto.
Questa volta non cercavo quanto spendo: cercavo a quanti servizi ho dato il permesso di accedere ai miei dati.
Ho aperto la pagina del mio account Google dove si vedono le app autorizzate, quella che si trova sotto “Sicurezza” e che la maggior parte delle persone non ha mai guardato. Ho contato: quarantadue.
Quarantadue servizi che a un certo punto, per un motivo o per l’altro, ho autorizzato ad accedere a qualcosa del mio account Google. Alcuni li uso ogni giorno: PayPal, Figma, Canva, Notion, Zoom. Altri li avevo collegati per testare un servizio gratuito e poi dimenticati lì. Uno o due non li riconosco nemmeno più dal nome.
Ognuna di quelle quarantadue righe è una chiave.
Una chiave che ho consegnato a qualcuno, in un momento preciso, per una ragione che allora aveva senso. E che da quel momento in poi è rimasta attiva, silenziosa, funzionante.
Nessuno sa che quelle chiavi esistono, tranne me. E io stesso, fino a quel momento, ne conoscevo forse la metà.
Chiavi che non somigliano a chiavi
Una password è una stringa di testo. La scrivi, la copi, la salvi in una cassaforte.
È scomoda, è fragile, ma almeno è un oggetto riconoscibile: qualcosa che puoi indicare e dire “questa è la credenziale di quel servizio”.
Le autorizzazioni OAuth, i token API, i permessi “Accedi con Google” sono una cosa diversa.
Sono connessioni vive tra due sistemi, attivate con un clic in un modale che nessuno legge fino in fondo, e che restano operative finché qualcuno non le revoca esplicitamente.
Quando colleghi Spotify al tuo account Facebook, quando autorizzi un’app di analisi a leggere il tuo conto corrente attraverso l’open banking, quando dai a un servizio il permesso di creare eventi sul tuo calendario, stai consegnando una chiave. Solo che questa chiave non ha la forma di una chiave: ha la forma di un pulsante blu con scritto “Consenti”.
Il risultato è un reticolo di connessioni che si accumula nel tempo. Ogni connessione è ragionevole nel momento in cui la crei. Nessuna, presa singolarmente, sembra importante. Ma se le guardi tutte insieme, quello che emerge è una mappa di accesso alla tua vita digitale che esiste solo dentro i sistemi e che nessun inventario cattura.
Lavoratori che usano le tue credenziali
A questa mappa, da qualche tempo, si è aggiunto un nuovo tipo di chiave. Una chiave che non solo apre le porte, ma le attraversa da sola.
Gli agenti AI, quelli che usano ChatGPT, Claude, Gemini, Copilot e decine di strumenti verticali, operano sui sistemi reali con credenziali reali.
Per funzionare hanno bisogno di accedere a email, file, calendari, repository di codice, a volte conti bancari e strumenti di lavoro. Lo fanno attraverso gli stessi meccanismi di delega: token OAuth, chiavi API, permessi di lettura e scrittura.
Lo vedo ogni giorno nel mio lavoro su Dopodi. Claude Code lavora con me sul codice del progetto dal primo giorno: ha accesso al repository, legge i file, scrive codice, esegue comandi.
GitHub Copilot, che ho usato con i token gratuiti, faceva una cosa che mi ha colpito: il novanta per cento delle volte indovinava cosa stavo per scrivere, completando intere righe prima che le digitassi (il restante dieci per cento era rumore, suggerimenti fuori contesto che creavano più confusione che altro).
Sono strumenti potenti, utili, concreti. E per funzionare hanno bisogno delle mie chiavi.
La differenza rispetto alle quarantadue autorizzazioni del mio account Google è che un token OAuth collegato a Canva resta lì, fermo, aspettando che io apra Canva.
Un agente AI, invece, agisce. Prende decisioni operative, elabora dati, produce risultati. Lo fa al posto mio, con le mie credenziali, a una velocità e con una continuità che un essere umano non avrebbe.
Gartner stima che entro il 2028 il 33% del software enterprise includerà agenti AI, e almeno il 15% delle decisioni lavorative quotidiane verrà preso in autonomia da questi sistemi. Il numero di partenza nel 2024 era inferiore all’1%.
La materia oscura dell'identità
Orchid Security1 ha pubblicato a maggio 2026 un report che ha dato un nome a questa dinamica: “identity dark matter”, la materia oscura dell’identità.
L’identità invisibile, quella che esiste fuori dalla vista dei sistemi di controllo, ha superato quella visibile:
Il 57% dell’attività di autenticazione nelle aziende avviene al di fuori di qualsiasi sistema centralizzato. Il 67% degli account non umani (service account, token, credenziali agente) viene creato e gestito localmente, dentro le applicazioni, senza supervisione esterna. Il 70% delle applicazioni aziendali contiene un numero eccessivo di account con privilegi elevati.
Questi numeri riguardano le organizzazioni, ma il pattern si replica per le persone.
Quanti “Accedi con Google” hai autorizzato? Quanti agenti hanno accesso in lettura alla tua casella email? Quante integrazioni hai attivato su servizi come Zapier, Make, IFTTT2, collegandoli tra loro con catene di permessi che ormai funzionano in autonomia?
Il mio esercizio delle quarantadue autorizzazioni cattura solo le connessioni dirette al mio account Google. Non conta le connessioni che ciascuno di quei servizi ha aperto a sua volta verso altri sistemi, con le mie credenziali come anello di partenza.
L’inventario tradizionale, quello fatto di “nome account, username, password”, non riesce a rappresentare questa realtà. Fotografa i luoghi (gli account), ma non le strade che li collegano (le deleghe). E le strade, a questo punto, sono più numerose dei luoghi.
Il trucco del foglio inclinato
Venerdì sera, durante una cena con colleghi ed ex colleghi, uno di loro mi ha raccontato un caso legato al software che la sua azienda sta sviluppando. Un sistema di riconoscimento facciale tramite fotocamera, pensato per verificare l’identità dell’utente. Qualcuno ha stampato la foto del volto di un’altra persona, l’ha messa davanti alla fotocamera e ha inclinato leggermente il foglio per simulare il movimento naturale del viso. Il sistema ha validato l’accesso.
Mi ha ricordato una cosa che avevo fatto io stesso, anni fa, con il telefono di un amico. Gli avevo scattato una foto, avevo avvicinato lo schermo del mio telefono alla sua fotocamera frontale, e il suo Android si era sbloccato. Lo sblocco facciale di quel telefono non distingueva un volto reale da una fotografia.
Sono casi limite, e i sistemi attuali sono più sofisticati di quelli di qualche anno fa. Ma il punto che mi è rimasto è un altro: in un mondo dove gli agenti AI operano con le tue credenziali e dove l’identità di chiunque può essere simulata, la catena di fiducia tra chi delega e chi riceve la delega diventa il vero perimetro di sicurezza.
Il report Sumsub 2025-2026 documenta che i deepfake rappresentano l’11% delle frodi globali, con attacchi sofisticati in crescita del 180% nell’ultimo anno.
Più delle password, più della biometria: conta sapere chi ha ricevuto cosa, quando, con quale autorità, e come revocarlo se necessario.
L'inventario che ancora non esiste
Costruisco uno strumento di eredità digitale. Chi mi segue da un pò ormai lo sa. Lasciatemelo ripetere ancora una volta a chi arriva tra queste righe soltanto adesso.
Devo essere onesto: oggi Dopodi gestisce account, credenziali, domini, dispositivi, wallet, abbonamenti. Ogni asset può essere documentato con istruzioni operative differenziate per scenario, che dicono al fiduciario cosa fare e dove cercare. La categoria “altro” permette di registrare qualsiasi tipo di risorsa digitale, incluse le deleghe.
Ma Dopodi non ha ancora una categoria specifica per gli agenti AI, le integrazioni automatiche, le deleghe OAuth attive. L’inventario guidato, i suggerimenti che il sistema propone durante la compilazione, non includono questa classe di risorse.
È un’evoluzione naturale del prodotto, e l’architettura è pensata per accoglierla senza riscritture, ma oggi quel pezzo manca.
Quello che Dopodi fa, e che continuerà a fare, è dare alla persona la possibilità di rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe invisibile.
La stessa logica si applica alle deleghe: documentare dove sono, chi le detiene, come disattivarle. Il fiduciario che un giorno dovrà occuparsi della tua vita digitale avrà bisogno di sapere quali macchine stavano lavorando per tuo conto e come spegnerle.
Quarantadue chiavi e una domanda
Questa serie di articoli ha raccontato tre evoluzioni della tecnologia, ciascuna su un piano diverso.
Le passkey hanno cambiato l’autenticazione. La crittografia quantistica cambierà la custodia dei dati. Gli agenti AI stanno cambiando la definizione stessa di identità digitale, espandendola oltre i confini di quello che consideriamo “un account”.
Le quarantadue autorizzazioni del mio account Google sono una fotografia parziale.
Non include le deleghe su GitHub, le chiavi API di Cloudflare che fanno funzionare Dopodi, i token di Brevo che inviano le email, le sessioni attive di Claude Code che scrive codice nel mio repository, dove custodisco l’evoluzione del progetto.
L’inventario digitale del futuro dovrà includere anche questo: le macchine che agiscono per nostro conto, le connessioni che abbiamo aperto e dimenticato, le deleghe che generano azioni reali con credenziali reali e che nessuno ha mai scritto da nessuna parte.
Se vuoi provare l’esercizio che ho fatto io, ci vogliono due minuti.
Apri le impostazioni del tuo account Google, vai alla sezione “Sicurezza”, cerca “App di terze parti con accesso al tuo account”3. Conta. Poi fai lo stesso con l’Apple ID, con GitHub, con qualsiasi servizio che usi come punto di accesso ad altri servizi.
Il numero che trovi è il numero di chiavi che hai consegnato consapevolmente, o senza rendertene conto. Chiavi che funzionano, in silenzio, fino a quando qualcuno le cerca.
La tua storia, anche dopo.
— Michele
Dopodi è in fase beta. Se vuoi essere tra i primi a provarlo, puoi iscriverti su dopodi.me.
Orchid Security è una piattaforma di sicurezza informatica incentrata sull’identità che individua, analizza e governa i controlli di accesso su tutte le applicazioni aziendali.
IFTTT (acronimo di If This, Then That, ovvero “Se questo, allora quello”) è un servizio web gratuito che permette di automatizzare le azioni quotidiane. Consiste nel collegare diverse applicazioni e dispositivi intelligenti in modo che, al verificarsi di un evento (”questo”), ne consegua automaticamente un altro (”quello”).
Vai su myaccount.google.com/permissions (la pagina “App con accesso al tuo account” del tuo Google).

